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ANTONIO CASSANO E IL SUO RAGNO
Pubblicato da VITO BRUNO in SPORT • 13/11/2010
Caro Antonio, ci hai frecato un’altra volta. Quando credevamo che finalmente avevi messo la testa a posto, che ti stavi finalmente a godere tutto quello che ti meriti — una famiglia, un figlio, la nazionale, il riconoscimento del tuo immenso talento, e perché no? i soldi, che chissà perché se li danno a un altro sono ben guadagnati, se li danno a te sembrano rubati — ecco che ne combini un’altra. Mai che ci fai stare un po’ tranquilli. Mai. Sapessi quante volte al bar mi sono fatto bello delle tue penne: avete visto? Antonio, oltre che un grandissimo campione — almeno su questo ormai sono tutti d’accordo, perfino il tuo presidente — è un ragazzo d’oro, tiene la capa un po’ così, ma è buono, generoso, e finalmente ha capito come ci si deve comportare in società, ha imparato le buone maniere e un certo uso di mondo. E’ diventato quello che in fondo è sempre stato: un ragazzo d’oro. Quando la sera non riuscivo ad addormentarmi, mi ridevo nel rallenty della mia memoria un tuo gol, un tuo assist, sorridevo e m’addormentavo beato come il ragazzino che sono stato.

E invece adesso. . . Di nuovo nei casini, tu e io. E mo chi li sente a quelli là? Hai visto? Avevamo ragione noi. Altroché. Quello non cambierà mai, è così, è nato lì, in mezzo alla strada, è uno di Bari Vecchia, una capa gloriosa, e chi nasce tondo può morire quadro? Mamma mia che rabbia! Mo che gli devo dire adesso a quelli, Antonio? Gli devo dare ragione? Ti sei fatto frecare un’altra volta, questa è la verità! E in un modo veramente antipatico oltre che scemo. Mica posso andare a dire in giro che insultare una persona — una persona anziana per giunta — è una cosa trascurabile. Non lo penso e non lo è. Neanche posso tirare un’altra volta fuori la storia della tua vita: che sei nato in un girone infernale, che hai conosciuto la miseria, il rifiuto di un padre, la fame d’amore che neanche una madre presente come la tua poteva colmare. Sono cose che ormai, in questa nostra società tutta frì frì e frù frù, annoiano. E poi, diciamocelo, a ventotto anni uno deve essere responsabile della sua faccia, non può più invocare a sua discolpa la società, l’infanzia, il destino cinico e baro.
E allora, che fa? Mi devo rassegnare ad abbassare la testa? A vederti a vita sul banco degli imputati? A soffrire d’insonnia giacché non protrai più produrre né assist né gol?

No, per favore no. E allora, visto che di passi finora ne hai fatti, fanne un altro, l’ultimo. Va a scovare quel ragno nero che è sepolto dentro di te, ma giù giù, nel profondo, quello che quando ti pizzica non ti fa vedere più niente, neanche il bene più grande che ti aspetta, quel cucciolo che è ancora nella pancia di tua moglie, e mandi tutto all’aria, tutta la tua vita nella cacca. Ecco, affronta quel maledetto ragno, togligli il veleno e torna a vivere. Lo so che è difficile. Lo so che per vie misteriose quel veleno che ti intossica è anche linfa del tuo talento. Ma provaci. Sono sicuro che ce la puoi fare.


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