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IL RAGAZZO CHE CREDEVA IN DIO
IL RAGAZZO CHE CREDEVA IN DIO
VITO BRUNO
I
Nino aveva la luna storta: non ha detto una parola.
Quando l’abbiamo messo in mezzo – io, Cataldo e gli altri
– ha buttato la sigaretta per terra, è salito sulla moto e
a tutto gas l’ha impennata sul pratone dietro alla chiesa.
Nella pozzanghera più grande lasciata dal temporale della
notte, ha frenato in derapata e ha schizzato fango su
Cataldo e Filippo. Io mi sono salvato per miracolo. I ragazzi
per vendicarsi sono saliti sulle loro moto smarmittate
e hanno iniziato a rincorrerlo e a inzaccherarsi l’uno
con l’altro. Un rumore assordante, un’unica nuvola di fumo
azzurrino, una nauseante puzza di olio bruciato.
Ho cercato di fermarli, di mandarli via, e per tutta risposta
per poco non mi hanno investito. Allora ho preso
il tubo con cui annaffio le aiuole spelacchiate ai piedi
della scalinata e li ho spruzzati. Ne ho colpiti un paio, mi
sono beccato qualche parola non proprio gentile, e dopo
un ultimo urlo collettivo e una sgommata di saluto,
finalmente sono andati via.
Sono entrato in chiesa che stavo ancora sorridendo.
Con gli occhi di sole non ho visto nulla, appena l’alone
delle candele sull’altare della Madonna e le sagome delle
donne che a quell’ora dicono il rosario. Mi sono seduto
su una panca in fondo, i gomiti sulle ginocchia e un pugno
a reggermi il mento. Gli occhi chiusi. Ho provato a
recitare un’Ave Maria e qualcuno mi ha sfiorato la spalla.
Un tocco leggero.
Mi sono girato. Una ragazza. Ero ancora mezzo accecato
– dalla luce prima, dal buio adesso – e ci ho messo
un po’ per metterla a fuoco.
Era bella. Questa è stata la prima cosa che ho pensato.
Poi che non era di queste parti. Aveva un viso troppo
chiaro, una pelle finissima con delle macchie sulle guance
che facevano pensare a un eritema – qualcuno che
non è abituato al nostro sole –, una massa di capelli neri,
due occhi azzurri, trasparenti.
«Scusi, padre», ha detto.
Sapeva chi sono. Qui nessuno mi chiama “padre”, solo
Carmine, e non porto mai la talare, solo jeans e maglietta.
«Io…», ha aggiunto, visto che non aprivo bocca, «volevo
chiedere qualcosa».
«Dica», mi sono ripreso e lei si è fatta coraggio. «Volevo
chiedere qual è il senso del dolore».
«Cosa?». Sono caduto dalle nuvole. Il senso del dolore?
Così, su due piedi? Mi è venuto da ridere, lei se n’è accorta
e mi ha restituito il sorriso. Ma non se l’è presa.
«Quale dolore?», ho chiesto.
«Be’, sei un prete».
«E allora?».
I suoi occhi liquidi si sono increspati e finalmente ho
avuto un’illuminazione. «Ah, il senso cristiano del dolore,
vuole dire?».
«Anche…».
Ho provato a spiegarle che in quelle quattro parole
c’è tutto il senso del messaggio cristiano. Bisogna accettarlo
il dolore, di cui è impastata la vita, come si accetta
la volontà di Dio. «Sia fatta la Tua volontà, diciamo nel
Padre Nostro».
Lei ha fatto una smorfia come per dire d’accordo, almeno
questo lo sapevo, mica venivo fino a qui per sentirmelo
ripetere. «Padre Nostro quando posso lo dico,
ma devo capire un po’ meglio… Certe volte è difficile, è
molto difficile. Se lei lo spiega…».
Una parola! Non sapevo da dove iniziare. «Ecco, io…».
Mi sono impappinato, come un novizio alle prime armi.
Qualcuno mi ha chiamato dalla sagrestia, tre o quattro
persone almeno, ma non ho distinto neanche una
faccia. Ero completamente nel pallone.
«Non adesso», ha detto la ragazza, che doveva aver
capito il mio imbambolamento, «quando può…».
Mi hanno chiamato ancora. «Certo», ho detto, «certo…
Sono sempre qua, in parrocchia. Torni quando vuole.
La prossima volta magari…».
La ragazza mi ha sorriso, timida, un po’ amareggiata,
forse delusa, ed è andata via.
Io mi sono sentito inadeguato. «Aspetti», ho detto.
Lei si è girata e solo allora mi sono accorto che la sua
giovinezza non riusciva a nascondere un’aria stanca, che la
sua bellezza non arrivava a coprire un che di patimento.
«Magari le posso dare qualche libro. Prima di rivederci
la prossima volta può leggere qualcosa e…».
La ragazza mi ha sorriso di nuovo. «Grazie, ma non
ho molto tempo di leggere… grazie».
Se n’è andata, con il suo passo leggero, con la sua gonna un po’
corta e stropicciata, con il suo italiano senza accento,
di una che l’ha imparato.
«Senta!», ho urlato. La mia voce è riecheggiata sotto
il cemento della volta, estranea anche a me stesso. Lei si
è fermata sull’uscio della chiesa, con la maniglia della
porta tra le mani, e non si è più mossa. Io neanche.
Sono passati attimi lunghissimi. Era chiaro che toccava
a me raggiungerla. Ho attraversato la navata centrale
a fatica, come se qualcuno mi avesse buttato della sabbia
nelle giunture delle ginocchia. Quando sono arrivato in
fondo, sono stato inondato da un raggio di sole.
Lei reggeva ancora la porta. La luce alle sue spalle le
sfiorava il viso e rivelava una sottilissima peluria dorata,
un piccolo sbaffo di rossetto all’angolo della bocca. È
bella, ho pensato per la seconda volta.
Mi guardava curiosa, gli occhi arrossati di chi ha perso
il sonno. Adesso dovevo dirle qualcosa. «Posso sapere
come si chiama?».
«Il mio nome vero?».
«Be’, sì».
«Alena».
«Alena? È un bel nome».
«Credo che sì», ha detto e poi ha annuito, più volte,
come se dovesse convincere soprattutto se stessa. Mi ha
sorriso di nuovo. «Adesso però devo andare», e dopo un
ultimo sguardo, una ricognizione rapida su di me, disperata,
senza darmi neanche il tempo di salutarla, ha lasciato
l’anta che si è chiusa alle sue spalle.
Sono rimasto al buio. Se allungavo una mano e spingevo
la porta, potevo uscire sul sagrato, al sole, seguirla.
Che ci voleva?
Invece mi sono precipitato in sagrestia. Non c’era
più nessuno. Sono salito negli uffici e ho trovato la sala
riunioni piena di gente. Mi sono affacciato nella
stanza di Giacomo – il diacono che mi dà una mano in
parrocchia – per chiedere spiegazioni. Erano quelli
della promessa di matrimonio. Me n’ero completamente
scordato.
La ragazza era di Taranto, ma viveva fuori. Era molto
giovane, emozionata, rideva per niente. Sembrava davvero
innamorata. Il futuro sposo era di Roma, e dai documenti
ho scoperto che era mio coetaneo, quarantanove
anni, ma ne dimostrava dieci di meno. Di sguincio ho
pensato che alla mia età potevo ancora sposarmi, non
fossi stato prete. La signora più anziana era la madre dello
sposo, e assomigliava tale e quale a mia madre, stesso
corpo minuto, stessi occhi accesi. La signora bionda, che
nell’imbarazzo generale ha preso in mano la situazione
con una parlantina precisa e cordiale, era la mamma della
sposa. L’altra signora, dallo sguardo dolce e curioso,
era la sorella maggiore dello sposo.
Erano seduti in cerchio davanti a me, aspettavano un
mio discorso per celebrare degnamente quella che fino a
quel momento era stata solo una noiosa pratica burocratica.
Insomma, mi hanno richiamato al mio lavoro.
Mi sono schiarito la voce, ho detto che un matrimonio
è sempre una gioia, c’è sempre un che di misterioso e sacro
nella scelta di due persone che decidono di fondere
le loro esistenze. Noi crediamo di essere i padroni della
nostra vita, delle nostre scelte, e invece siamo involontari
portatori di un disegno divino. Decidiamo, sì, cosa fare
dei nostri giorni, ma solo fino a un certo punto. Spesso
siamo chiamati a certe scelte. Siamo guidati da una mano
più grande di noi.
Un discorso impeccabile dal punto di vista teologico,
ma anche un soccorso per il mio coetaneo di vent’anni e
passa più vecchio della sposa, nei cui confronti ho avvertito
una istintiva solidarietà maschile.
Non si facesse tanti scrupoli, se mai se li era fatti, per
quella disparità anagrafica. Non era solo nella sua scelta,
di mezzo c’era pure un signore con una gran barba
bianca che regna sopra le nuvole e almeno teoricamente
non sbaglia mai. Poi mi sono messo a parlare della vita
che aspetta la nuova coppia, della buona e della cattiva
sorte, del dolore, del senso cristiano del dolore. Ho detto
che bisogna accettarlo, il dolore, di cui è impastata la
vita, come si accetta la volontà di Dio.
«Sia fatta la Tua volontà, diciamo nel Padre Nostro».
«Amen!», ha esclamato la madre dello sposo e io non
ho saputo come continuare. La stessa paralisi di prima,
davanti alla ragazza.
Mi sono alzato, ho fatto gli auguri e ho accompagnati
tutti alla porta. Poi sono andato da Giacomo, e insieme
ci siamo preparati una frittata in cucina.
Giacomo ha ventidue anni, è fermamente convinto di
fare il prete, anche perché crede che nella vita non potrebbe
fare altro. E sbaglia. A volerlo, potrebbe fare tutto,
anche se è un po’ confusionario e tende a ingrassare.
Ha quell’aria mite e pacioccona che hanno le persone sovrappeso.
Ma lui è buono per davvero e non è per niente
stupido, anzi. Certe cose le capisce al volo, come le
giornate quando non è aria.
Abbiamo mangiato in silenzio, come due monaci di
clausura. Poi io mi sono ritirato nella mia stanza per la
solita pennica, che da un po’ di tempo, anziché un piacere,
una piccola pausa-premio tra uno sbattimento e
l’altro, è diventata una sofferenza.
Quando sto in mezzo alla gente, quando corro di qua
e di là per visitare malati, famiglie, donne abbandonate,
disoccupati, cape calde, sbandati, ragazzi da tirare fuori
dalla strada, sento ancora il mestiere che faccio. Mi sento
tutto sommato utile, se non proprio necessario. Anche
quando celebro messa o quando prego con gli altri mi
sento al mio posto.
Quando invece mi ritrovo nella mia stanza, da solo, mi
perdo. Il muro bianco davanti al mio inginocchiatoio è solo
un muro bianco. Il crocifisso appeso a un chiodo sul
mio letto, solo due assi di legno. Muto. Parlo con me stesso
e non sento più nessuna voce. Nessuna eco. Sono solo.
Allora mi aggrappo alle preghiere più semplici, che ripeto
da quando sono nato e smetto di pensare. A volte
riesco ad addormentarmi bisbigliando l’ennesima Ave
Maria. Altre volte invece non chiudo gli occhi neppure
per un istante. Come il 16 maggio, compleanno di mia
madre. Sono rimasto due ore sul letto senza fare assolutamente
niente.
Mi sono alzato di cattivo umore, con la testa pesante.
Ho provato a lavorare un’oretta in ufficio senza combinare
niente e poi ho chiesto a Giacomo di accompagnarmi
alla stazione e gli ho lasciato la macchina. Lui in
serata aveva un giro da fare per la parrocchia mentre io,
per mantenere la promessa di festeggiare mia madre,
potevo andare in treno a Martina Franca, il paese dove
sono nato.
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